Blog di Daniele Luttazzi

Amianto a Chiaiano

Caro Daniele,

siamo i ragazzi del sito www.chiaianodiscarica.it, da sei mesi stiamo cercando, grazie al nostro sito, di informare le persone riguardo ai gravi rischi che comporterà l'apertura della megadiscarica di Chiaiano.

A nostra disposizione abbiamo una videocamera e tre fotocamere digitali e tanta volontà, ma a volte anche questa non basta.

I visitatori del tuo sito forse conosceranno la situazione di Chiaiano, sapranno che la discarica è collocata a ridosso della zona ospedaliere della città partenopea, della presenza di una falda acquifera sottostante all'area che sarà adibità a discarica, dei seri problemi alla viabilità che l'apertura del sito di stoccaggio comporterà e che la discarica si trova a centro di una zona densamente abitata (circa 200.000 abitanti).

La notizia degli ultimi giorni è il ritrovamento di 10.000 tonnellate di amianto venuto alla luce nel corso dei lavori di allestimento della discarica nella cava del poligono.

Ora che l'amianto è stato rinvenuto comporta una serie minaccia per la salute dei cittadini, ovviamente chi ha deciso di aprire quella discarica non l'ha molto a cuore.

Il comitato Permamente contro la discarica di Chiaiano e Marano, grazie ad alcuni filmati, hanno denunciato che sono stati gli stessi militari e gli addetti alla discarica a nascondere l'amianto e altri rifiuti pericolosi.

Quello che sta succedendo a Chiaiano è molto grave, è stata sospesa la democrazia.

Il decreto 90, poi converito nella legge 123, non solo limita la libertà dei cittadini ma con l'introduzione delle aree di interesse strategico nazionale, sorvegliate notte e giorno dall'esercito, si apre uno scenario abbastanza inquietante per tutti i cittadini che ancora si sentono liberi.

Pensiamo che sia venuta l'ora di capire che la discarica di Chiaiano non riguarda solo Napoli ma l'intera Italia.

Lo staff di chiaiaNOdiscarica.it

George Carlin ( 1937-2008 )

George Carlin came from the universe that included Lenny Bruce and Richard Pryor, comedians who used profanity to turn politics inside out. For them, words were meant to draw blood from the powerful while shocking the comfortable out of their routine lives. " There are three ingredients in my comedy: English language and wordplay; mundane, everyday observational comedy -- dogs, cats and all that stuff; and thirdly, sociopolitical attitude comedy," Carlin said to the LA Times in 1991.

Dying Is Hard. Comedy Is Harder.
by JERRY SEINFELD
NY Times, June 24, 2008

THE honest truth is, for a comedian, even death is just a premise to make jokes about. I know this because I was on the phone with George Carlin nine days ago and we were making some death jokes. We were talking about Tim Russert and Bo Diddley and George said: “I feel safe for a while. There will probably be a break before they come after the next one. I always like to fly on an airline right after they’ve had a crash. It improves your odds.”

I called him to compliment him on his most recent special on HBO. Seventy years old and he cranks out another hour of great new stuff. He was in a hotel room in Las Vegas getting ready for his show. He was a monster.

You could certainly say that George downright invented modern American stand-up comedy in many ways. Every comedian does a little George. I couldn’t even count the number of times I’ve been standing around with some comedians and someone talks about some idea for a joke and another comedian would say, “Carlin does it.” I’ve heard it my whole career: “Carlin does it,” “Carlin already did it,” “Carlin did it eight years ago.”

And he didn’t just “do” it. He worked over an idea like a diamond cutter with facets and angles and refractions of light. He made you sorry you ever thought you wanted to be a comedian. He was like a train hobo with a chicken bone. When he was done there was nothing left for anybody.

But his brilliance fathered dozens of great comedians. I personally never cared about “Seven Words You Can Never Say on Television,” or “FM & AM.” To me, everything he did just had this gleaming wonderful precision and originality.

I became obsessed with him in the ’60s. As a kid it seemed like the whole world was funny because of George Carlin. His performing voice, even laced with profanity, always sounded as if he were trying to amuse a child. It was like the naughtiest, most fun grown-up you ever met was reading you a bedtime story.

I know George didn’t believe in heaven or hell. Like death, they were just more comedy premises. And it just makes me even sadder to think that when I reach my own end, whatever tumbling cataclysmic vortex of existence I’m spinning through, in that moment I will still have to think, “Carlin already did it.”

Carlin a New York, 1997.

Il gusto di nominare le cose

Cancellato dalla tv, l'attore torna in teatro e lancia le sue battute al vetriolo

Il gusto di nominare le cose
Lo showman ha portato all'Ambra Jovinelli l'intera trasmissione sospesa. Fuori, un megaschermo per chi non è potuto entrare. Da Benedetto XVI al matrimonio, va in scena l'Italia del sacro integralismo

di Gianfranco Capitta ( il manifesto, 18/12/07 )

Daniele Luttazzi si è visto chiudere il suo Decameron su La7, ufficialmente perché aveva fatto bersaglio di uno dei collaboratori principali dell'emittente Telecom, Giuliano Ferrara. Ma tutti hanno pensato che in realtà la decisione fosse scaturita dalla puntata che l'artista aveva appena registrato, dedicata alla religione (che è una delle parole chiave della testata chiusa) e in particolare al cattolicesimo targato Ratzinger.

Domenica, all'Ambra Jovinelli, è stata la serata della verità. Luttazzi ha portato nel teatro dell'Esquilino, impresa titanica, l'intera sua trasmissione (mancava solo la pubblicità, annunciata ogni volta ma senza che si vedessero gli spot). L'ingresso era gratuito, il pubblico straboccava, in fila per ore nonostante il freddo di questi giorni, e quelli che non sono riusciti a entrare hanno seguito lo show su un grande schermo davanti al teatro. In compenso, dentro la sala erano quasi del tutto assenti i soliti noti: una sola parlamentare (Tana de Zulueta) e Sabina e Corrado Guzzanti. Nessun altro si è sentito coinvolto o in dovere di partecipare almeno per pura testimonianza. Lo show business e la politica continuano evidentemente ad avere un potere inibitorio molto forte.

L'attore (già, ma come sarebbe meglio definirlo, lo showman, il «satiro», o semplicemente l'intellettuale, o il cittadino Luttazzi?), non si è risparmiato. Per quasi due ore ha mitragliato gli spettatori con i suoi ragionamenti ineluttabili, le considerazioni e le notizie prese dai giornali e tutte documentate, le deduzioni da detective. Ha una cultura straordinaria, acuta e variegata, che non risparmia nessun campo, e tanto meno nessun bersaglio. E rispetto a Papa Razzy (dato l'argomento al centro della puntata oscurata), sarebbe stato facile aspettarsi delle tirate facili, notazioni e ironie che il personaggio semina e attira come una calamita, con molto senso dell'autopromozione e poco pudore rispetto a quello che ci si aspetterebbe dal suo ruolo.

E invece Luttazzi, per denunciare l'invadenza e l'ignoranza vaticana (e la simmetrica soggezione del Palazzo) cita i vangeli e l'antico testamento, la scienza e l'antropologia, la storia della chiesa e la letteratura, la patristica e la tomistica. E se le usanze dei Cananei e le tesi di Tommaso d'Aquino impongono un minimo coefficiente di attenzione, si alleggerisce presto con il canone curiale dell'abito cardinalizio. Senza nemmeno un'allusione velata agli eccessi modaioli di sua vanità, pur non risparmiando mezzi, l'artista colpisce più crudelmente. Citando sciocchezze affettuose della memoria collettiva (le rubriche della Settimana enigmistica) che danno solo la misura della banalità della politica e delle imprese nazionali di oggi.

Non rinuncia certo Luttazzi, a tutto quel patrimonio di sessualità ingorda e di scatologia ributtante in cui pure navigano informazione e intrattenimento, purché la «materia» non sia esplicita. Lui invece ha un gusto sadico nel chiamare le cose per nome. Merda e pompini per lui tali sono, in senso letterale come in quello figurato. Poi, ogni tanto, con delle frenate improvvise, con lo stesso sorriso vispo e soave, trae delle conseguenze o delle conclusioni del discorso, e sono dolori per tutti, tanto è forte la sua critica sociale e puntuto il suo ragionamento. E può citare Muraro o gli psicanalisti francesi, a pieno titolo, anzi dispiegando nella satira una umanità insperata e perfino rassicurante.

A commento della sua condizione attuale, di censura al quadrato dopo l'editto bulgaro e quello «illuminato» de La7, ripete la visione di Ferrara nella vasca da bagno con quel che segue. Applica la cristologia a buon mercato che il papa cerca di riportare in auge, alla fede oscena dei consumatori di hamburger. Sulla negazione dei diritti civili alle coppie, lancia l'interrogativo inquietante e ovviamente retorico se «si debba considerare sacro tutto quello che si fa davanti a un prete». Sottolinea il «femminismo» strumentale del papa, «che di donne non ne avrà mai conosciute». Insomma è davvero inarrestabile, un vulcano di risate amare, che porta sulla scena in una forma nuova e non più solitaria. Attorno a lui allinea infatti un gruppo di giovani attori (qualcuno di alta scuola ronconiana, come Gianluigi Fogacci), divertiti e sorpresi anche loro della reattività del pubblico, inusuale in teatro.
È che difficilmente uno spettacolo (e tanto meno la nostra televisione) divengono uno specchio tanto fedele e stringente della nostra vita e dei nostri rapporti. E mai vi si dice, con le cose chiamate con il loro nome, quello che spesso è inconfessabile in società. Il dottor Luttazzi invece lo dice, e ci fa pure ridere sopra. Di una risata così acida da procurare qualche scompenso. Dev'essere per quello che quei filantropi dei censori lo vogliono togliere di mezzo, in tutti i modi.

Risate amare politica assente
di Norma Rangeri

Una serata di risate amare. Non di quella specie rara, di cui è stato interprete Daniele Luttazzi di fronte al pubblico dell'Ambra Jovinelli. Le risate che scattano quando l'oggetto è drammatico («ho dodici anni, i miei genitori mi portano a Disney: vuol dire che sto morendo di cancro?»). Di questa particolare specie di satira Luttazzi è un campione e in un'ora e mezzo di spettacolo ne rovescia da fare indigestione. Le risate amare di cui parliamo noi appartengono a un sentimento di claustrofobica impotenza.

Siamo lì riuniti come una specie di setta carbonara, a vedere e ascoltare quello che a milioni di telespettatori è proibito vedere e ascoltare. Siamo cittadini di serie B, prigionieri di un paese con un numero spropositato di reti, e nemmeno una in grado di accogliere la satira che sparge sale sulle ferite («dopo tanto che non riuscivo a rimanere incinta, ora ho otto gemelli: è un messaggio di dio», «no», replica Luttazzi, «hai presente quando non riuscivi a rimanere incinta? quello era il messaggio»).

La satira, specie sulla religione, in un paese arcicattolico, dovrebbe essere considerata una manna dal cielo. Perché «se al sacro togli il profano ti resta solo l'integralismo», come dice Luttazzi con tutta la «tristezza di ripetere queste cose 200 anni dopo Voltaire». Invece eccoci impegnati a pubblicare sul giornale alcuni stralci di un testo vietato perché scritto da un autore che osa rovesciare il senso comune pescando nella filosofia (Gilles Deleuze, Luisa Muraro, Felix Guattari), nella manipolazione miracolosa («ascolto Radio Maria come fosse un racconto di fantascienza di Philip Dick»), nella politica («Prodi è ricoverato per allucinazioni: crede di essere a capo di una coalizione»).

Ed è proprio lei, la politica, la grande assente tra le poltrone celesti dell'Ambra Jovinelli. In teatro non c'era nessun rappresentante del popolo, unica eccezione Tana De Zulueta. A dimostrazione del fatto che, al di là delle dichiarazioni di circostanza, nella lunga lista della «buona politica», messa in campo dal Partito Democratico, non c'è spazio per la difesa di un pensiero senza dio. Nemmeno la Cosa Rossa (che, con un lapsus, l'attore chiama la "croce rossa") ha sentito l'urgenza di partecipare in prima fila alla battaglia di un cane sciolto. Confermando di non essere mai stata alla testa e all'altezza di una mobilitazione per riformare il sistema della televisione italiana. Salvo chiedere (comunisti, riformisti...) di salire sul palco quando le manifestazioni girotondine riempivano le piazze.

Anzi, ultimamente non si fa in tempo a stare dietro a quanti ci tengono a far sapere di essere rimasti colpiti sulla via «del sentimento religioso», pudica perifrasi che naturalmente non c'entra niente con l'amore per il buddismo, e molto, invece, con la marcia di avvicinamento alle mura vaticane.

Così come, ad eccezione dei fratelli Guzzanti, nessun altro attore di quelli che hanno libero accesso al piccolo schermo, era presente nella sala gremita di ragazzi. Sarà perché Luttazzi non appartiene alle lobby che contano? Sarà perché insieme a Sabina e Corrado, resta uno dei pochi a sputare nel piatto dove mangia? Uno dei pochissimi a non fare spot pubblicitari?

Spot pubblicitari? Ne farei, se me li offrissero. Non ci trovo nulla di male. :-)

Caccia al tesoro

Il successo della “Caccia al tesoro” ( un centinaio di vincitori, fra cui Mauro Madeddu, Sergio Briasco, Davide Prevarin, Angelo Schisa e Davide Bianchi) ha incuriosito molti. Quanti comici nascosti sono già stati scoperti?

Ecco la lista provvisoria:

Steve Allen
Woody Allen
Aristofane
Rowan Atkinson
Clive Anderson
Dave Attell
Ronnie Barker
John Barth
Donald Barthelme
Roseanne Barr
Richard Belzer
Jack Benny
Milton Berle
Sandra Bernhard
Ambrose Bierce
Mike Birbiglia
Joey Bishop
Lewis Black
Jorge Louis Borges
Frankie Boyle
Jo Brand
Lenny Bruce
George Burns
Bill Burr
Aldo Buzzi
Godfrey Cambridge
Cedric the Entertainer
George Carlin
Jimmy Carr
Lewis Carroll
Johnny Carson
Miguel de Cervantes
Dave Chappelle
G.K.Chesterton
Margaret Cho
Andrew Dice Clay
Billy Connolly
Dane Cook
Tommy Cooper
Bill Cosby
David Cross
Barry Cryer
Billy Crystal
e.e.cummings
Rodney Dangerfield
Bill Dana
Larry David
Jack Dee
Louis De Funes
Ellen DeGeneres
Phyllis Diller
Ken Dodd
Tom Dreesen
Dick Emery
Harry Enfield
Bill Engvall
Lee Evans
Marty Feldman
W.C. Fields
Greg Fitzsimmons
Michel Foucault
Dawn French
Sigmund Freud
Stephen Fry
Carlo Emilio Gadda
Janeane Garofalo
Bobcat Goldthwait
Edmond de Goncourt
Gilbert Gottfried
Tom Green
Dick Gregory
Buddy Hackett
Jack Handey
Ben Hecht
Mitch Hedberg
Bill Hicks
Harry Hill
Frankie Howerd
Richard Ingrams
Eddie Izzard
Henry James
Richard Jeni
James Joyce
Franz Kafka
Gabe Kaplan
Andy Kaufman
Buster Keaton
Sam Kinison
Ernie Kovacs
Paul Krassner
Karl Kraus
Stan Laurel
Carol Leifer
David Letterman
Joe E. Lewis
Richard Lewis
Georg Lichtenberg
Anita Loos
Jon Lovitz
Norm Macdonald
Bill Maher
Merrill Markoe
Don Marquis
Groucho Marx
Dean Martin
Demetri Martin
Steve Martin
Menandro
H.L. Mencken
Paul Merton
Dennis Miller
Larry Miller
Alberto Moravia
Robert Musil
Vladimir Nabokov
Kevin Nealon
Ross Noble
Bob Newhart
Conan O’Brien
Patton Oswalt
Dorothy Parker
Andy Parsons
Emo Philips
Tito Maccio Plauto
Thomas Pynchon
Monty Python
Dennis Potter
Marcel Proust
Richard Pryor
François Rabelais
Carl Reiner
Vic Reeves
Brian Regan
Don Rickles
Chris Rock
Joe Rogan
Will Rogers
Jeffrey Ross
Mike Royce
Rita Rudner
William Rushton
Bob Saget
Mort Sahl
J.D.Salinger
Adam Sandler
Robert Schimmel
Ronald Searle
Jerry Seinfeld
William Shakespeare
Garry Shandling
Martin Short
Frank Shuster
Sarah Silverman
Neil Simon
Isaac Bashevis Singer
Red Skelton
Bobby Slayton
Linda Smith
Logan Pearsall Smith
Terry Southern
Laurence Sterne
Tom Stoppard
Igor Stravinsky
Italo Svevo
Wanda Sykes
Publio Terenzio
Dave Thomas
James Thurber
Mark Twain
Kenneth Tynan
Giuseppe Ungaretti
Peter Ustinov
Karl Valentin
Virgilio
Kurt Vonnegut
Jimmie Walker
Max Wall
Evelyn Waugh
Mae West
E.B. White
Oscar Wilde
Billy Wilder
Flip Wilson
P.G. Wodehouse
Steven Wright
W.B. Yeats
Israel Zangwill
Emile Zola

Tanti, ma non ancora tutti. Quindi la caccia è ancora aperta.
Buon divertimento!

Tour "Barracuda 2007"

Teatri
5 ottobre: Genova Palamazda
12-13 ottobre: ROMA Gran Teatro


Recensione dopo la serata al Teatro della Luna di Assago:

A teatro con la stessa urgenza con cui si va dal medico, proclamava Artaud anni or sono. Vagheggiava un’arte non estetica bensì componente necessaria della vita. Accostare il raisonneur Luttazzi alle riflessioni dell’internato di Rodez è certo un azzardo, eppure nei suoi spettacoli si avverte un’irrinunciabile urgenza. One man show privo di orpelli, Barracuda 2007 è basato interamente su un umorismo al vetriolo, all’assalto d’orecchie, intelletto e stomaco, e la vena battutista ne spiega il successo solo in parte.

Per capire Luttazzi è fondamentale considerare la sua recitazione da player anglosassone, distaccata e feroce, il ritmo forsennato con cui porge una sferzata dietro l’altra, senza risparmiarsi e risparmiare niente. Una comicità scientifica: l’impressione è di trovarsi da un medico che sappia calcolare ogni minima reazione del paziente-pubblico, risata per risata, singulto per singulto. Le sue esibizioni sono lezioni su cosa sia la satira, a cosa serva e come debba essere esercitata.

Professore, scienziato e mago: perchè l’oro ottenuto dal piombo inerte dell’attualità politica, della meschineria religiosa, dell’ipocrisia dilagante, è alla fine un prodotto misterioso, alchemico, manifestato nell’abisso del riso. Dilagante e, nella sua profonda fisiologia, ineffabile. Un’antologia di battute sarebbe vana, riproduzione depotenziata e inefficace d’una performance che ha nel farsi scenico la componente primaria. Luttazzi è anche autore da pagina, vari i libri all’attivo, ma ammirare sul palco la geometria cartesiana del suo humour noir è altra cosa. E se, improvvisando, esce dallo spartito, si dimostra fuoriclasse assoluto.

La struttura di Barracuda 2007 è invertita rispetto al solito: prima il “Luttazzi al 100%”, a parlare di sesso, deiezioni, Dio, mescolando tutto in un brodo surreale. Impugnando indifferentemente clava e fioretto: la satira “se non è eccessiva non diverte”. La seconda parte è dedicata a politica e attualità, si ride forse meno, forse meglio. Non è una novità che in un paese da barzelletta le persone più serie siano i comici, e Luttazzi è tra i migliori. Non s’arresta di fronte a niente: dall’ipocrisia della politica a quella de la société du spectacle. Riporta fatti vissuti, nomi e cognomi. Un olocausto satirico e spietato. Parla di censura, epurazioni e ipocrisia diffusa, in prima persona, assumendosene le responsabilità, sport da noi poco in voga. E spiazza tutti, quando afferma, sul serio, di apprezzare la finanziaria di Padoa Schioppa.

Ci si alza dalla poltrona (del medico?): addominali e mascelle dolenti, un vago senso di amarezza. Spettacolo necessario, Barracuda non è paraculo, saccente, come tanti prodotti della sinistra moralista nazionale. Questa la sua forza: Luttazzi scandalizza e fugge il piagnisteo. In un mondo in cui, Pasolini docet, essere di sinistra appare opzione consunta, Daniele si smarca, scampa alla trappola. Per definirlo bisogna rifarsi all’inglese: cool. Resta la tentazione di proporlo come premier, ma sappiamo che rifiuterebbe. Grazie dottor Luttazzi.

Igor Vazzaz, Giudizio Universale, aprile 2007


Recensione dell'anteprima al Nuovo di Udine:

Morde, eccome, il Barracuda 2007 di Daniele Luttazzi, che riprende alla grande i temi sviluppati nel monologo del ’99 con affondi sempre più “cattivi”, ma anche assolutamente lucidi, sui mali che affliggono la società italiana, sui tic e le bugie della politica e della tivù, sulle contraddizioni di un pianeta impazzito. (…)

Chapeau dunque per il provocatore che non rinuncia a lanciare strali a destra e a sinistra, che non sa cosa sia il politically correct, e che punta tutto sulla satira: non quella basata sullo sfottò invertebrato, ma quella dura, fatta per scardinare e distruggere. Amara e travolgente comicità nella saga erotica e sentimentale del quarantacinquenne che vive ancora a casa di mamma e papà (…) puntando dritto sull’obiettivo: lo smantellamento, devastante e sistematico, di tutti gli stereotipi su amore e sesso, compresi i loro contrari.

Il veleno, si sa, sta sempre nella coda. Ovvero nella seconda, generosa parte del monologo, quella che scatena le ovazioni. (…) Il pubblico approva, applaude, e lui lo premia irrorandolo, come sempre, con una pioggia liberatoria di battute finali: notizie improbabili, assurde profezie di Nostradamus, e i “Forse non tutti sanno che”.

Esilarante, surreale Luttazzi, e al tempo stesso tremendamente vero.

Alberto Rochira, il Piccolo


Recensione dopo la prima nazionale a Bologna:

L'altra sera ho assistito alla prima del nuovo monologo di Daniele Luttazzi. Due ore e mezza di assoluto divertimento, ma anche di riflessione. Uno spettacolo che a tratti si è fatto vera e propria lezione di senso civico e di moralità, nei confronti di una società che ha smarrito da tempo l'uno e l'altra. Due ore e mezza in cui ci siamo ricordati del vero significato della parola "satira", quella che è tutt'altra cosa rispetto a una comicità molto spesso reazionaria e schierata con il potere, quella satira che graffia veramente e che proprio per questo non risparmia nulla e nessuno. E infatti nessuno è stato risparmiato: dalle ipocrisie morali del mondo vacuo e buonista della tv e dei suoi falsi idoli che vanno vantandosi ogni giorno del loro qualunquismo, ai retaggi pericolosamente antimoderni e antidemocratici della religione, per finire naturalmente con la politica. La politica che ha estromesso dal palcoscenico tv Daniele e quelli che come lui rivendicano il diritto alla libera espressione e che non li ha ancora riammessi nonostante l'aria nel frattempo sia cambiata. La politica cui Daniele si è rivolto per chiedere a gran voce l'abolizione delle leggi vergogna di Berlusconi e della sua banda: i provvedimenti ad personam in campo giudiziario, la Bossi-Fini, la legge 30, senza dimenticare il ritiro delle truppe italiane dall'Afghanistan e dal Kosovo. Che dire? Davvero una bella boccata d'aria nel grigiore che quotidianamente ci circonda.

Federico Palma / lettere a l'Unità

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